Corrosione, Pil e... Istruzione
Come entrare in Europa senza aumentare le tasse

Pietro Pedeferri - Politecnico di Milano

     
Secondo fonti autorevoli, come il Senato USA, il Ministero dell’Industria Inglese, l’Istituto di Ricerca Battelle, i danni dalla corrosione per i paesi industrializzati, pur variando molto da settore a settore, sono compresi tra il 3.5 e il 4.5% del Pil, il prodotto nazionale lordo. Una cifra enorme, superiore addirittura al tetto massimo che il trattato di Maastricht pone al deficit annuo dei paesi che vogliono entrare nell’Unione Europea che, come ormai tutti sanno, è del 3% (o quasi!).
Naturalmente nella valutazione di questi danni, non si tiene conto soltanto del valore intrinseco dei materiali corrosi o dei costi per il loro rimpiazzo, ma anche dei costi che la corrosione richiede per la sua prevenzione e per i danni indiretti che provoca. Tra i primi, i costi dei rivestimenti protettivi, della protezione catodica, dell’impiego di materiali o di leghe resistenti. Tra i secondi i danni derivanti da riduzione di vita di servizio, da extracosti di manutenzione, da perdita di prodotti, da inquinamenti, da cedimenti improvvisi o da scoppi con le immaginabili conseguenze su cose e soprattutto su persone, ecc.
Ora è impensabile eliminare la corrosione perché è connessa con l’attività produttiva del paese, ma è interessante notare come le stesse fonti che ne stimano i danni tra il 3.5 e il 4.5% del Pil, aggiungano che circa un quarto di questi danni, cioè circa l’1% del Pil, potrebbe essere eliminato immediatamente con la semplice applicazione delle conoscenze che sono già disponibili e una cifra dello stesso ordine nel medio periodo con un mirato piano di ricerca applicata. E, anche se si considera solo il risparmio immediatamente ottenibile, non sarebbe cosa da poco perché corrisponde alla percentuale del Pil che l’Italia dedica alla ricerca.
Le cifre riportate danno indicazioni medie relative a tutti i settori produttivi ma possono servire anche per capire l’importanza che il fenomeno corrosivo ha anche nel settore che qui più interessa, cioè quello delle costruzioni. E’ convinzione diffusa che l’applicazione delle conoscenze che sono già disponibili potrebbe portare in questo settore a risparmi ancor più ingenti di quelli sopra indicati. Purtroppo, forse perché gli ambienti naturali (atmosfera, acque, terreni) con cui vengono a contatto queste costruzioni non sono considerati molto aggressivi, il problema della prevenzione della corrosione, e più in generale quello della durabilità delle opere, ancora oggi non è affrontato con sufficiente attenzione.
Fatte salve le solite eccezioni, chi opera nell’ambito dell’ingegneria civile (ingegnere, architetto, geometra, capo operaio, progettista, costruttore, direttore dei lavori che sia) ha scarsa sensibilità e competenza sulla durabilità dei materiali e in particolare sulla corrosione dei metalli e quindi non affronta i relativi problemi come dovrebbe. Fortunatamente nelle condizioni ambientali più comuni, anche se non si preoccupa di prevenire la corrosione, spesso gli va bene. Ad esempio nel caso di strutture in cemento armato operanti in queste condizioni. la necessità di conferire adeguata resistenza meccanica al calcestruzzo gli risolve il problema della corrosione senza nemmeno che lui lo sappia (ma anche qui c’è un limite).
Ma se le sue costruzioni operano a contatto con acque salmastre o atmosfere inquinate, oppure in terreni aggressivi o interessati da correnti disperse, cioè in ambienti dove le strutture metalliche non adeguatamente protette possono essere messe fuori servizio nel giro di pochi anni, non è così: se sbaglia, paga. E siccome spesso non conosce gli aspetti di base della corrosione, non è in grado di sapere in anticipo se i materiali potranno o meno corrodersi; non sa quando la presenza dell’ossigeno o l’accoppiamento con un metallo di diversa nobiltà favorisce l’attacco corrosivo o invece quando lo previene o lo blocca; non sa che in acciai ad alta resistenza, anche per semplice contatto con atmosfere umide, si possono produrre cricche da corrosione sotto sforzo e da infragilimento da idrogeno che, una volta innescate, penetrano nel metallo provocando cedimenti improvvisi, ovviamente poi definiti "imprevedibili"; non inorridisce di fronte a costruzioni in cui sembra che il progettista non abbia fatto nulla per evitare fessure, spigoli vivi, spazi morti, "trappole d’acqua"; non si arrabbia se in cantiere si accorge che i copriferri sono ridicoli o se vede aggiungere acqua al calcestruzzo per aumentarne la lavorabilità. Siccome tutto questo succede, prima o dopo sbaglia, e quindi, (lui o chi per lui) paga.
La prevenzione della corrosione deve dunque iniziare con la formazione degli operatori. A loro devono essere trasmessi, data la natura del fenomeno, anche principi, conoscenze e strumenti culturali diversi da quelli che sono tradizionalmente patrimonio degli ingegneri civili. Si tratta per la verità di poche cose e per giunta non complicate se ci sono le persone giuste che le insegnano. Purtroppo, a differenza di quello che succede in Inghilterra, in Germania o negli Stati Uniti, trovare nel nostro paese le persone giuste per una diffusione capillare della cultura corrosionistica non è facile. Ha scritto Pourbaix, parlando a proposito proprio dell’insegnamento della corrosione (ma il discorso penso valga per tutti i settori interdisciplinari come sono in genere quelli propri della tecnologia dei materiali): "solo chi sa, sa fare e fa, è in grado di far sapere, cioè è in grado di insegnare". E quanti sono quelli che sanno perché si sono interessati degli aspetti di base della corrosione (ricerca di base), sanno fare perché hanno operato per trovare soluzione a problemi concreti (ricerca applicata), hanno fatto perché hanno operato in modo produttivo (impegno professionale)? Certamente pochi. Purtroppo da noi c’è il detto: "Chi sa fa, e chi non sa fare insegna" cioè l’esatto contrario del concetto espresso da Pourbaix.




Per un approfondimento su questi argomenti si consiglia la lettura del capitolo 6 del libro "Manuale dei Materiali per l'Ingegneria", AIMAT, Autori Vari, Ed. McGraw Hill Libri Italia, Milano, 1996.