CEMENTO AMIANTO: cosa farne?
Sergio Mammi - Presidente ANIT

     
Si parla di 75.000 miliardi di lire per cancellare la presenza dell'amianto dalle nostre case. Si stima, infatti, che attualmente vi siano ancora in esercizio 1,5 miliardi di m2 di coperture di cemento amianto.
La nocività dell'amianto è nota. E questo ha spinto il Paese ad adottare provvedimenti restrittivi in attuazione della direttiva CEE, recepita con legge 27/3/92 n. 257, che vieta l'estrazione, la lavorazione, la commercializzazione e la produzione di manufatti contenenti amianto.
Sono poi stati emanati altri documenti che completano la normativa; riveste particolare importanza tra questi, il decreto del 6/9/94 che fissa le modalità per la bonifica delle coperture di cemento-amianto. Esso prevede tre possibilità di intervento: rimozione, confinamento e incapsulamento.
La rimozione è da attuare con cautela poiché‚ durante lo smontaggio, si possono liberare grandi quantità di fibre non più recuperabili. In questi casi occorre presentare un piano di lavoro alla USL competente e incapsulare temporaneamente mediante spruzzatura di resine acetoviniliche.
Questo approccio è notevolmente costoso, per le modalità di intervento ed il costo del conferimento del rifiuto alla discarica. Inoltre, va considerato che riempire una discarica con materiale costituito prevalentemente da cemento e solo per il 10-11% di amianto è obiettivamente uno spreco.
Successivamente è necessario ricostruire la copertura. Durante l'intervento, l'edificio è vulnerabile alle precipitazioni atmosferiche e quindi inagibile.
In questi casi è da considerare allora il confinamento (ricopertura mediante lastre di alluminio o fibrocemento) lasciando in opera la vecchia copertura. Anche qui è sempre comunque necessario l'incapsulamento per bloccare le fibre che restano in loco.
L'incapsulamento consiste nello spruzzare sulla superficie un primer che penetrando nella struttura avvolge e blocca le fibre. Successivamente uno strato protettivo sufficientemente elastico assicura durata e continuità al trattamento.
Preventivamente è necessaria la valutazione del grado di friabilità delle lastre che rimarranno in esercizio e che, quindi, dovranno garantire durata e funzionalità.
Per tale valutazione è stata predisposta la norma UNI in cui viene descritto un metodo che prevede strappi mediante nastri adesivi calibrati che poi vengono pesati e danno luogo ad una classificazione sul grado di friabilità dello strato superficiale.
E' molto rischioso ed antieconomico effettuare interventi di incapsulamento su lastre classificate in cattivo o pessimo stato.
Nuove regole sono in vista e tra queste quelle che riguardano direttamente i materiali per l'incapsulamento. Si tratta di nuovi decreti che recepiscono lavori condotti in sede UNI e definiscono i metodi di prova ed i criteri di valutazione per la qualificazione dei materiali o dei cicli per l’incapsulamento delle lastre.
Le nuove regole tentano di mettere ordine in un mercato dove si sono scatenati forti appetiti ed inevitabilmente comportamenti poco corretti.
Per il ciclo di incapsulamento è attesa una norma ministeriale che prescrive che i prodotti incapsulanti vengano qualificati per garantire efficacia e soprattutto durata, attraverso una serie di prove e di controlli e che sia attivato dal produttore un sistema di qualità conforme alla UNI EN ISO 9000.
Tra le caratteristiche prestazionali richieste è utile segnalare: aderenza, impermeabilità, resistenza al gelo-disgelo, resistenza ai cicli sole-pioggia, resistenza all'invecchiamento accelerato, reazione al fuoco. Accanto alla qualificazione del prodotto che comporterà in futuro una "certificazione" da parte di un ente terzo autorizzato, sono previste procedure (UNI 10387) per la valutazione dell'idoneità allo specifico impiego. Si effettuano cioè prove preliminari sul singolo "tetto" da trattare. A questa operazione è attribuita molta importanza data la grande varietà di lastre di cemento-amianto e del loro stato di degrado, e poiché le soluzioni reali differiscono molto da quelle di laboratorio.
Sono anche previste metodologie per la sorveglianza nel tempo dell'efficacia dell'applicazione. La più semplice consiste nell'applicazione di due "mani" di incapsulante di colore diverso. La sola ispezione visiva consente di verificare se lo strato più esterno si è deteriorato.
Un secondo approccio consiste in prove a strappo con speciali nastri e valutazione del materiale che viene asportato.
Un problema che quasi sempre viene sollevato: è necessario incapsulare la faccia interna delle lastre, quella che si vede dall'interno dell'edificio? Normalmente si tratta di una superficie scarsamente degradata, dove la matrice compatta del cemento non rilascia fibre. Tuttavia, per decidere in modo inequivocabile non resta che effettuare un campionamento dell'aria-ambiente, utile anche ai fini delle valutazioni previste per la legge 626. Il superamento del limite di due fibre per litro, costringe ad attuare anche questo intervento.
E' necessario comunque ricordare che l'incapsulamento deve essere attuato anche nel caso di "confinamento" e "rimozione", naturalmente con regole diverse e con prodotti aventi diverse caratteristiche di durata e resistenza agli agenti atmosferici.
Quale delle metodologie scegliere per l'intervento è un problema. L'incapsulamento sembrerebbe il criterio più seguito, considerata la semplicità ed economicità del lavoro. Cautele, però, sono necessarie sia nella scelta del ciclo che nell'esecuzione del trattamento.