BIOARCHITETTURA:
per la vita e la natura,
purché senza pregiudizi

Mario Collepardi

     
Come non essere d’accordo per la Bio-architettura? Cioè, così la intendo, per un’architettura più rispettosa della vita umana e della natura che ci circonda. A ben pensare ci sono oggi da rispettare regole più restrittive negli edifici industriali (in termini di sicurezza e di salute per i lavoratori secondo la nota legge 626) che non in quelli abitativi.
Le statistiche dimostrano che le casalinghe sono più esposte a rischi d’inquinamento e d’incidente che non i lavoratori nelle industrie. L’inquinamento che si può verificare in una cucina, in termini di carenza d’ossigeno ed eccesso di gas da combustione, supera talvolta quello dei centri urbani nelle ore di punta per il traffico cittadino. Le cadute per scivolamento in una vasca da bagno o sulla piastra ceramica di una doccia possono portare all’ospedale per una grave frattura ossea. L’avvelenamento da ossido di carbonio, per una carente progettazione o difettosa esecuzione della tubazione dei gas di scarico di una stufa o di una caldaia, può portare talvolta direttamente al cimitero. Si potrebbe proseguire la lista degli inconvenienti con la formazione delle muffe, il carente isolamento termico, l’incognita delle onde elettromagnetiche, ecc.
Non è però accettabile il pregiudizio, di solito verso i materiali moderni e sintetici sospettati di essere necessariamente più pericolosi di quelli antichi e naturali. L’esempio dell’amianto – materiale antichissimo e naturale – quale fonte di tumori polmonari, se introdotto nelle vie respiratorie, potrebbe bastare. E invece no. Molto spesso colgo tra i bio-architetti un atteggiamento preconcetto verso i materiali moderni. Stralcio, a titolo d’esempio, alcune considerazioni estrapolate da una relazione presentata ad un "Convegno Nazionale sul Costruire Bioecologico" organizzato dell’ANAB (Associazione Nazionale per l’Architettura Bioecologica): "Cos’è che non va nel cemento? …. Se uno vuole verificare, ad esempio, i componenti del cemento, è piuttosto normale che riscontri una forte carenza degli elementi naturali principali, quali calcare, marna e argilla, e presenza invece di additivi sintetici polimerici: " (sic!).
L’autore della relazione, confondendo cemento e calcestruzzo, prosegue affermando apoditticamente che "questo altera decisamente le qualità del calcestruzzo, che si trasforma in un elemento sensibile all’aggressione degli agenti esterni, che attaccano prevalentemente gli additivi (sic!) sensibili agli acidi (piogge, vapori e fumi acidi) ed alle correnti vaganti."
Dopo questa catastrofica premessa l’autore della relazione spiega che "il risultato pratico finale per il materiale è un molto lento ma inesorabile e progressivo disgregamento; ciò è evidenziato dalla formazione di fenditure che coinvolgono anche il ferro di armatura, togliendone la protezione" (sic!).
A parte la confusione tra i problemi di degrado/durabilità delle strutture (impropriamente ed erroneamente affrontati con la descrizione sopra riportata), ed i problemi di ecologia, l’autore conclude: "ma perché si producono simili cementi, usando a volte anche residui di lavorazioni industriali? La risposta è fin troppo facile", ma purtroppo non viene data. Liquida, infine, l’argomento con un’affermazione tanto catastrofica (dal punto di vista ecologico) quanto inesatta (dal punto di vista scientifico): "il brutto è che (questi cementi n.d.r.) possono generare gravi conseguenze patologiche nei lavoratori che vengono a loro diretto contatto".