LAUREA IN INGEGNERIA:

Fallimento o Ipocrisia?

Mario Collepardi

     
Nominalmente il corso di laurea in Ingegneria prevede 5 anni di studio.
Salvo pochissime e straordinarie eccezioni (che riguardano i superdotati ma spesso anche i fortunati per il buon livello culturale della famiglia di appartenenza) di fatto in Italia si diventa ingegnere in non meno di 7-8 anni di studio in quasi tutte le Facolta di Ingegneria. Verrebbe da dire, che, delle due, l’una: o le Facoltà di Ingegneria (corpo docente e studenti) debbono dichiarare il loro fallimento per non riuscire a raggiungere quello che dovrebbe essere il loro obiettivo (cioè di portare la maggior parte degli studenti al traguardo della laurea nei 5 anni previsti), oppure si dà per scontato che occorrono effettivamente 8 anni per conseguire una laurea in Ingegneria ma si accetta, con ipocrisia, di ignorare il ritardo rispetto al tempo programmato seguitando ad ingannare gli studenti circa l’effettivo impegno per questo tipo di laurea.
Se fosse vera la prima ipotesi, occorrerebbe ammettere che il fallimento è davvero grande per il significativo ritardo nei tempi di conseguimento dell’obiettivo (40-60% in più rispetto al tempo programmato di 5 anni), ma soprattutto per la continua e sistematica ripetizione del ritardo che si registra, da moltissimo tempo, al termine di ogni anno accademico.
A prima vista sarei propenso più per la seconda ipotesi, cioè per una sorta di italica rassegnazione al non rispetto delle regole e degli obiettivi programmati fingendo, però, ipocritamente che tutto procede normalmente secondo i tempi previsti. Occorrerebbe concludere, invece, che per laurearsi in Ingegneria in Italia così come sono impostati i corsi attualmente, siano necessari effettivamente almeno 7 anni: occorrerebbe prenderne atto e trasformare l’attuale biennio in un triennio, e l’attuale triennio in un quadriennio. Ma forse, se lo si dicesse ufficialmente, si rischierebbe di far fuggire una parte delle potenziali matricole di Ingegneria verso altri corsi di laurea dove 5 anni nominali di studio sono 5 anni effettivi o al massimo 6.
Riflettendo sul dilemma (fallimento o ipocrisia) non escludo che anche la prima ipotesi sia quanto meno corresponsabile del ritardo con cui si laureano in Italia gli studenti di Ingengeria. Nel caso si ammetta l’ipotesi del fallimento, esistono due sub-ipotesi: o si ritiene che gli studenti che scelgono Ingegneria siano mediamente meno capaci e tenaci di quelli che si orientano verso altri corsi; oppure occorre ammettere che i docenti di Ingegneria si distinguono, rispetto agli altri, per la eccessiva severità che caratterizza i loro corsi. Propendo fermamente e decisamente per la seconda ipotesi, perché ritengo che - con poche eccezioni - la maggior parte dei docenti interpreta la sua disciplina come se fosse l’ombelico del mondo. Invece di formare gli studenti fornendo gli elementi essenziali per affrontare gli insegnamenti dei corsi successivi e/o il lavoro di Ingegnere ritiene di preparare indistintamente gli studenti come se dovessero tutti diventare specialisti nella disciplina del proprio insegnamento. Con il risultato finale di sfornare neo-laureati spesso inutilmente sovra-dimensionati dal punto di vista culturale , ma al tempo stesso talvolta impreparati rispetto alle effettive esigenze del mondo del lavoro.
Ma che si tratti di fallimento o di ipocrisia alla fin fine poco importa. Ciò che conta, invece, è lo scandaloso spreco di tempo e di risorse finanziarie per preparare i giovani Ingegneri che arrivano - se arrivano - spompati al primo giorno di lavoro. Le imprese, le industrie e gli studi professionali contano sull’entusiasmo dei giovani neo-laureati per trasferire costantemente nuova linfa vitale nei loro organici che, altrimenti, rischierebbero di perdere vigore e di diventare culturalmente obsoleti. Ma che entusiasmo (si fa per dire) può avere un giovane Ingegnere che - tra laurea, servizio militare ed affannosa ricerca di un lavoro - è fortunato se inizia a lavorare a 30 anni?
Se poi ci si riferisce alla donna Ingegnere si scopre che in Italia una delle cause dell’attuale baby sboom (calo a picco delle nascite) riguarda soprattutto le donne laureate ed è proprio dovuta al ritardo con cui la neo-laureata può affrontare il difficile slalom tra lavoro e famiglia dopo essersi appassita sui banchi universitari.
Il nuovo progetto di Berlinguer per l’Università prevede che qualsiasi corso di laurea - incluso quello impegnativo di Ingegneria - debba durare non più di 4 anni (nominali). Personalmente penso che in 4 anni (effettivi, e non nominali) si possa preparare un Ingegnere per la stragrande maggioranza delle possibili opportunità di lavoro offerte non solo in Italia ma anche in Europa. Un eventuale approfondimento attraverso una successiva specializzazione potrebbe avvenire, come succede in molti altri paesi, quando - dopo una preliminare esperienza di lavoro - si possono avere idee più chiare sulle proprie propensioni in relazione alle disponibilità offerte dal mercato del lavoro. Figuriamoci, quindi, se per diventare Ingegnere sia accettabile uno sforamento medio di 2-3 anni, rispetto all’attuale corso di laurea già programmato in 5 anni, con il risultato di consegnare alla Società uomini spremuti e donne appassite in luogo di entusiastici giovani Ingegneri.